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Michael Wachtler

Highlights | Le ombre fossili delle felci

Le ombre fossili delle felci

Il messaggio del passato

In noi uomini delle montagne si è insidiato un inspiegabile senso di riverenza nei confronti dell’autorità, che in molte situazioni ci impedisce di chiederci se ci siano delle vie migliori.

E così, invece di affidarci alla nostra coscienza civile, ci lasciamo intimidire da leggi, regole o persone con atteggiamento risoluto. Abbiamo sviluppato un grande timore delle numerose autorità e crediamo che una punizione o addirittura una condanna, basata su una legge promossa magari in modo insensato, ci renda dei cattivi cittadini. Allo stesso modo temiamo i pettegolezzi di paese; la maggioranza degli uomini ha quindi sviluppato una discutibile tendenza alla non autodeterminazione, che mortifica smisuratamente il nostro spirito e il nostro nome.

Pensavo a queste cose, mentre proseguivo ansimante su un sentiero forestale il 3 luglio 1993, in salita sotto le pareti selvagge del Heerstein a Braies. Era un sentiero nuovo e lo vedevo allora per la prima volta. Era stato scavato nel paesaggio come una vena sanguinante e le pietre erano rotolate disordinatamente verso il basso. Gli alberi soffrivano a causa delle ferite aperte. La pece si diffondeva dappertutto come grandi lacrime. Piangevano, perché erano stati feriti: nessuno si era preso cura della natura. Tutto doveva svolgersi velocemente, il tempo è denaro, si sentiva troppo spesso dire nella valle.
Mi accompagnava una giovane ragazza, Edith, di un piccolo paese della Val Badia. Nonostante avessi fatto di tutto per mostrarmi cattivo nei suoi confronti, lei non si era mai fatta scoraggiare: in segno di amore mi metteva fiori freschi appena raccolti nel vaso sopra il tavolo e li sistemava prestando attenzione alla disposizione dei colori. Non erano fiori di negozio da comperare ovunque, bensì fiori dei prati di montagna. Mi invitò a La Valle, il suo paese di origine, per partecipare alle antiche processioni per la fertilità del terreno e delle stesse donne, per vedere come gli abitanti di questi posti camminavano per i prati e pregavano per ottenere abbondanti raccolti.
Ognuno, nella propria vita, deve credere a quello che ritiene giusto, tuttavia qui scoprii qualcosa di autentico. Qui, nel cuore della terra ladina, dove migliaia di turisti si scatenavano sulle piste durante l'inverno, ci si era dimenticati di un lembo di terra da sacrificare al dio denaro.
Se, in altri luoghi, si cercava di attirare i curiosi con rappresentazioni banali per strappare loro il denaro con una serie di fanfaluche e bancarelle del mercato annuale, beh, qui le cose erano diverse. A La Valle la gente ringraziava le forze superiori che ritenevano potessero portare aiuto.
Edith lottò per anni per avermi. La rifiutavo, laddove potevo, la mortificavo fino alla fine, eppure lei aveva sempre una parola gentile. Aveva fiducia in me, anche quando incassavo degli insuccessi. Mi insegnò la forza dell'amore, del donare e della fiducia.
Ci abbeveravamo nei vasti campi di felci. L'Equiseto germogliava ricchissimo nei luoghi umidi, i potenti Abeti rossi e i Larici offrivano ombra. Era un mondo verde, lo stesso di milioni di anni fa, prima ancora che le piante in fioritura potessero creare l'incantesimo dei colori più splendidi. Molte di queste piante sono rimaste immutate per centinaia di milioni di anni. È come se avessero sviluppato delle caratteristiche esistenziali non più modificabili. Mi sedetti, perché nel frattempo mi ero abituato a donare il mio tempo alle cose della vita; come una pesante zavorra avevo abbandonato molto della frenesia degli anni precedenti.
Fui colpito da impronte poco evidenti, come se raggi di sole si fossero pietrificati su di esse. Li conoscevo, questi strani bivalvi. I vecchi ladini li chiamavano “soredli”, soli pietrificati. Credevano che ad ogni tramonto il sole lasciasse un'impronta. Per questo motivo, nel corso di milioni di anni, erano state lasciate milioni di impronte. Un ricercatore tedesco riconobbe invece che si trattava di una conchiglia e le chiamò Daonella.
Gli uomini semplici di queste valli avevano imparato a osservare la natura: avevano notato strane stelle disegnate sulle rocce; erano Stelle di mare che avevano vissuto milioni di anni prima. Altri invece, secondo loro, assomigliavano ad orme fossili di vacca.
Guardavo in lontananza in direzione del Plan de Corones. Una grande superficie di foresta stava per essere abbattuta. I boscaioli tagliavano i ceppi ed entro breve tempo non si sarebbe visto altro che una superficie piana. Tutti erano stupiti di come gli uomini fossero riusciti a trasformare in così poco tempo questa area sciistica in una delle più importanti d'Europa. I giornali facevano a gara per pubblicare informazioni sui successi raggiunti. I record vennero superati nell'arco di breve tempo: una nuova seggiovia doveva essere costruita, i sostegni colorati si vedevano a chilometri di distanza. Gli alberi privati di corteccia giacevano al suolo come soldati abbattuti. Erano migliaia. Volsi poi il mio sguardo in direzione di Monte Cavallo sopra Braies. Quanto spesso mi spingevo qui in alto, in inverno, quando tutto era assopito! Solo poco tempo fa, avevo fatto gli ultimi giri in solitario con i miei sci. Lassù, gli sporgenti cornicioni di neve mi avevano ricordato che avrebbero sommerso qualsiasi intruso. Ciò nonostante avevo attraversato un pendio scosceso. Ed improvvisamente avevo sentito un tuono e una spaccatura si era fatta strada, su, lungo tutto il pendio. Mi ero fermato a riflettere: dovevo continuare? Mancavano solo pochi metri fino alla cima, dove il pericolo sarebbe stato scongiurato, poiché in alto il terreno era piano. Ero rimasto fermo a lungo a riflettere. Poi ero stato colto da un senso di sventatezza tipica degli anni giovanili: anche se la spaccatura avrebbe dovuto rappresentare un avvertimento, avevo proseguito lo stesso passo dopo passo. La quantità di neve da attraversare era enorme. Ed improvvisamente la neve si era staccata e si era abbattuta su di me con una forza terrificante, come se volesse cacciarmi da quel luogo.
Subito avevo cercato di “nuotare” in mezzo alla neve per tenermi a galla, ma la massa nevosa continuava ad aumentare. Avevo tentato in tutti i modi di non soccombere fino a perdere le mie ultime forze: le masse di neve avevano minacciato di travolgermi e di fatto lo stavano facendo. Mi ero incamminato da solo e se fossi rimasto sotto la neve anche solo per pochi centimetri, sarei stato perduto. La slavina non voleva fermarsi, e lo shock mi stava paralizzando. Poi un pensiero aveva attraversato la mia mente: sarei dovuto tornare indietro dopo che la natura mi aveva avvertito. Una pura sconsideratezza mi aveva privato della testa per pensare…
Infine la slavina si era fermata. Ero bloccato fino al busto. Fortunatamente la testa spuntò fuori come un bucaneve a primavera, anche se ero completamente avvolto di neve polverosa. Avevo sentito un grande freddo crescere in me. Mi ero pulito la faccia meccanicamente, poi avevo cominciato a scavare attorno al mio corpo. La neve era ben compatta e fu necessaria un'ora prima di poter liberare il mio petto dalla neve e allontanare quell’angosciante senso di soffocamento. Dopo un’altra ora ero riuscito a rimettermi a malapena in piedi. Avevo capito. Era venuto il momento di tornare indietro. Ringraziando per l'avvertimento, avevo promesso che le cose sarebbero cambiate. Non ero giusto voler entrare a tutti i costi in una natura che non si conosce a sufficienza. Sarebbe stato meglio aver cercato fin dall’inizio di dialogare con la neve, le montagne e le rocce. E prima di sbagliare un’altra volta, avrei cercato di capire meglio tutti questi elementi.
Camminavamo sul sentiero come innamorati. Era come se non mi stessi muovendo nel presente, bensì come se stessi vagando in tempi remoti. Le potenti conifere offrivano ombra ai dolci prati di felci e agli equiseti. Solo il nuovo sentiero scavato disturbava questo idillio come un colpo di spada. Ci sedemmo di nuovo su una lastra di pietra e lasciammo scorrere i nostri pensieri.
Tutto intorno c’erano lastre di pietra. La scavatrice le aveva estratte e gettato grandi pezzi lungo il pendio. Scorsi delle impronte strane, simili a ombre di felce ed equiseti, nei punti di spaccatura. Incuriosito presi in mano una piastra, per accorgermi subito che mi ero sbagliato. Erano le impronte delle piante rimaste nella roccia, ma somigliavano alle piante tutto intorno. Improvvisamente scorsi dappertutto pezzi di piante fossilizzate. Cercai di metterle insieme e come in un puzzle una rappresentava un equiseto, un’altra una felce a me sconosciuta, una terza una conifera. Gli operai non avevano notato questi disegni particolari e, qualora questo fosse accaduto non avevano riflettuto nemmeno per un momento di che cosa poteva trattarsi. Era un mondo di meraviglie quello che si presentava ai miei occhi: un tuffo nel passato, quando le piante stavano vivendo l'inizio della loro vita.
Eravamo tanto immersi nei nostri pensieri che non avevamo notato un viandante solitario. Si presentò, “Dottor Ruggero Calligaris” e mi sembrava che per lui fosse importante evidenziare il suo titolo accademico.
“Cosa fa Lei qui?" mi chiese, come se nutrisse qualche pensiero particolare a me sconosciuto. Gli dissi che quassù sulle montagne non esisteva nessun "Lei”, e che invece ogni uomo era un amico, a cui rivolgersi con "tu".
“Cerco di ricomporre una parte di natura che è stata distrutta", gli risposi e proseguii scrupolosamente il mio lavoro. Ero così concentrato da non accorgermi che l’uomo dotto non c’era più. Trascorse un’ora, poi sentii il rimbombo di un'auto pesante che risaliva a fatica la strada forestale scavata dall’acqua di montagna. Si avvicinava, scesero due poliziotti con le loro armi, ci circondarono, mentre intravedevo dietro di loro il dottor Calligaris. Mi chiesero sgarbatamente che cosa stessi facendo.
“Sto cercando di ricomporre questa pianta fossilizzata perché sono curioso di sapere di quale pianta si tratta", risposi, senza rendermi conto dell’errore che stavo commettendo.
“Sta devastando un sentiero boschivo” mi interruppero.
“No”, dissi, “voglio solo salvare tutto questo da una ulteriore distruzione. La scavatrice ha già rovinato tutto".
“Aha, Lei è addirittura un selvaggio dissotterratore che distrugge le cose singolari. Non mi davano più retta. Le mie argomentazioni non sembravano affatto convincerli. I poliziotti mi ordinarono di seguirli, e così mi ritrovò presto pigiato dentro nell'auto della polizia con il mio zaino, nel quale avevo stipato alcune pietre e venni portato a valle.
Poco dopo mi trovavo di fronte al comandante di polizia, come un criminale, mentre stava redigendo la denuncia. Il dottor Calligaris si stava spacciando come un grande scienziato, del quale si sarebbe sentito parlare ancora molto. Io, invece, fui denunciato per deturpazione di un sentiero boschivo.
Poche settimane dopo mi trovai di fronte al giudice e non mi sentivo per nulla a disagio, anche se ero cosciente dell’inutilità dei miei sforzi.
Il giudice mi guardò in modo benevolo, come se fosse ancora uomo di sentimento - dopo così tanti anni di carriera e forse anche stanco di tanto lavoro.
“Colpevole!”
La legge era chiara e il mio reato evidente. Venni condannato, eppure mi sembrava di essere stato l'unico cittadino di questo Stato ad aver compiuto il suo dovere. Così persi anche le ultime briciole di rispetto, che mi rimanevano nei confronti dell'autorità. Là ognuno si creava le proprie leggi, le quali, forse, alcuni chilometri più in là, in un'altra nazione, erano diverse e questi credeva di aver conglobato la saggezza comune.
Con l’approntamento della nuova strada si era aperta una vetrina su un passato di milioni di anni, eppure nessuno aveva la voglia di occuparsene. Tutti bramavano solamente una rapida ascesa tramite questa strada per privare sempre più febbrilmente la natura dei suoi tesori. Era giusto che la natura non avesse più alcun diritto? Queste piante erano forse nuove e importanti per la scienza? Potevamo contribuire in questo modo alla nostra evoluzione?
Ho consultato numerosi libri, ma in nessuno di essi erano menzionate quelle piante che avevo trovato. E i libri che parlavano di piante fossilizzate, contenevano solo fotografie e disegni di altre piante. Doveva essere un errore. Si era già scritto di tutto questo, era stato sicuramente trovato qualcosa di uguale. Mi rivolsi al museo di Scienze Naturali di Bolzano. Mi comunicarono che tutto questo non era fonte di interesse e che per questo motivo non dovevo ulteriormente disturbarli.
Chiesi e scrissi lettere a quei docenti che credevo potessero avere maggiore sapienza. Avevano studiato geologia o paleontologia o scienze affini. Eppure anche loro sapevano solo fare spallucce. Alla fine mi rivolsi a una docente olandese. Aveva un nome ancora più impronunciabile di tutti i fossili a me conosciuti: Han Van Cittert – van Konijnenburg si chiamava la gentile e disponibile professoressa. Venne a trovarmi. Si, si trattava di piante completamente nuove. Mi spiegò perché, mi insegnò a che cosa dovevo prestare attenzione, mi mostrò che era importante trovare tutte le parti di una pianta, soprattutto le infiorescenze, e che esistevano fiori maschili e fiori femmine, come tra noi uomini e nel regno animale e ogni pianta possiede cuticole, come la pelle per gli uomini, e queste si differenziano da pianta a pianta, così come il manto di un animale si differenzia da tutti gli altri. E queste cuticole non sono mai andate distrutte nel corso di 200 milioni di anni.
“Nella natura molte cose vanno perse, ma non tutto!” mi insegnò.
Abbiamo dato loro dei nomi; molte di loro avevano bisogno di un vero e proprio nome. Avevano ora una personalità e non erano più insignificanti. Raccontavano qualcosa del divenire e del trascorrere delle specie. Qui c'erano piante tropicali. Strano. Noi, figli delle montagne e della neve, ci eravamo trovati una volta all'equatore e avremmo potuto crogiolarci al sole su un’isola tropicale.
Avevo trovato le foglie di alcune piante, eppure mancavano ancora le altre parti.
“È come se trovassi solo l’avambraccio di un uomo o il perone!” mi disse, “ma dobbiamo trovare tutto per sapere com'era la pianta”.
Sentii una voce dentro di me che mi chiamava: dovevo uscire, nella natura, cercare la pianta misteriosa, esplorare queste montagne. Così cominciai a girovagare, per giorni, su e giù, di qua e di là, cercavo di osservare profondamente questa natura e ogni giorno miglioravo sempre di più. Scoprii le parti mancanti delle piante, le paragonai e giorno dopo giorno ampliavo le mie conoscenze e quelle dell´umanità. Di tanto altro, soprattutto dello scienziato Ruggero Calligaris, non sentii più parlare per tutti gli anni a venire.



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