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Michael Wachtler

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Il potere dei cristalli

Il potere dei cristalli

I Cristalli della morte

Kofler Sepp viveva a Casere, un paesino situato all’estremità della Valle Aurina, in uno strambo casolare, la cui vecchia staccionata mi aveva sempre affascinato, poiché sembrava avere qualcosa di fiabesco.

Tutti conoscevano quel bell’omone sotto il nome di “Zither Sepp”, così chiamato perché sapeva suonare virtuosamente la cetra (“Zither“ in tedesco). In passato aveva lavorato nelle miniere, lasciate col tempo abbandonate. Tante erano le cose che sapeva su queste montagne.
Alle volte tirava fuori un vecchio microscopio russo, trovato proprio da lui durante la Seconda Guerra Mondiale nel corso del ritiro delle truppe tedesche, e si metteva a osservare entusiasta la piccola grande natura che si mostrava ai suoi occhi. Il suo sapere era dato dalla natura, nella sua concretezza e semplicità. Conosceva il Sambuco, che era una pianta officinale, ma allo stesso tempo anche velenosa. Esso era adornato di fiori bianchi e bacche nere, diventando così l’albero simbolo sia della vita che della morte.
L’equivalente, nel regno delle pietre, era il Cristallo di rocca. Esistono infatti il Quarzo bianco e il Quarzo nero, denominato Quarzo fumé o, se di colore nero carbone, Morione. Vi erano naturalmente Quarzi per così dire buoni ma, ogni volta che mi sedevo, come spesso accadeva, nella sua stube rivestita in legno, non perdeva occasione per mettermi in guardia dai cosiddetti Cristalli della morte, pietre assai difficili da riconoscere. Zither Sepp, tra l’altro, parlava dei Cristalli come se fossero esseri viventi capaci di sentimenti come il dolore e la sofferenza, la spavalderia e la gioia.
Ho notato che parecchi umili contadini, che dimorano tra i monti, hanno con la natura un rapporto caratterizzato dal rispetto e dal riconoscimento reciproco. Alle pietre si deve prestare la stessa attenzione riservata agli animali e alle piante. Appartengono anch’esse alla Madre Terra da cui tutti attingiamo la nostra forza per poi farvi ritorno al termine dei nostri giorni.
Nelle Alpi, sin da tempi remoti, era consuetudine andare per monti alla ricerca di Cristalli preziosi, ai quali si attribuivano molteplici virtù terapeutiche. Non solo: da queste pietre si ricavavano anche vasi pregiati e altre opere d’arte. In alcune valli, come la Valle Aurina, la Valle austriaca di Pinzgau, la Valle di Rauris, lo Zillertal si trovano, per qualche imperscrutabile fatalità della natura, pietre più espressive e dai colori più sgargianti che in qualsiasi altra zona.
La ricerca di questi tesori era però pericolosa e spesso causa di morti. Capitava talvolta di trovare un cercatore steso accanto al suo Cristallo di rocca con le ossa rotte. Con questi suoi racconti, Zither-Sepp intendeva trasmettermi quell’indomito istinto di autoconservazione, indispensabile per vivere tra queste montagne. Mi faceva notare tutto ciò a cui avrei dovuto prestare attenzione.
“Vedi, la natura è imprevedibile. La sicurezza assoluta non esiste da nessuna parte. Devi cercare di diventare una cosa sola con le rocce, ma anche in quel caso esse sono spesso sfacciate. Sono come noi uomini.”
Zither Sepp aveva anch’egli trascorso tutta la vita tra i monti, alla ricerca di questi tesori che ben conosceva. Da una piccola vetrina della sua stube riflettevano i loro colori i Cristalli più belli; a uno di essi era particolarmente legato per via della sua rara forma.
“Quanto ai Cristalli, devi sempre fare attenzione al maligno”, era solito ripetermi per mettermi in guardia.
“Come lo riconosco?” chiesi io incredulo e spaventato al tempo stesso.
“Bisogna conoscere a fondo l’anima delle pietre. Ci vuole un certo istinto. Devi essere in grado di parlare con i Cristalli”.
Come una sorta di monito, mi raccontò alcuni episodi. Mi parlò ad esempio del contadino 46enne Gottlieb Gratzer, originario della Valle del Virgen, nel Tirolo orientale, padre di tredici bambini che, nell’autunno 1970, stava estraendo dal ghiaccio Cristalli particolarmente limpidi.
“D’un tratto, dal ghiaccio uno strano Cristallo brillò creando un gioco di colori talmente raro da impensierire il contadino. In realtà avrebbe dovuto rendersi conto dell’imminente pericolo mortale. Forse, però, era rimasto accecato dal seducente fascino di questa pietra. Tese la mano verso il Cristallo nel tentativo di estrarlo. La forza della natura combatteva contro quella dell’uomo. Ma in quel caso la natura fu più scaltra. Con un balzo fulmineo il Cristallo si staccò cogliendo di sorpresa Gottlieb Gratzer, che precipitò vorticosamente nel vuoto per duecento metri, fratturandosi gambe e braccia. E lo stesso capitò ad altri”.
Il vecchio Zither Sepp mi parlò a lungo della magia dei Cristalli. Era convinto che gli spiriti delle montagne a volte lanciassero dei Cristalli di rocca nei corpi delle loro vittime come frecce, provocando loro malattie o persino uccidendoli. Altri uomini, invece, venivano prescelti a gioire e rinvigorire grazie alla forza magica dei Cristalli di rocca.
“Tra queste montagne vi sono tantissimi Cristalli e ognuno di essi ha la propria vita. Devi guardarli bene e al loro interno noterai delle inclusioni, come un giardino pieno di nuovi tipi di piante”, mi fece notare un giorno. Li guardai e imparai in effetti a riconoscere e a comprendere la vita interiore delle pietre, di cui non sapevo nulla.
Ne prese in mano uno dopo l’altro e mi parlò delle loro vicende, come se fossero state le storie di esseri umani. Le Pietre di Luna trovate in questa zona custodivano le forze segrete di questo satellite della nostra terra. Le Titaniti verde erba con la loro caratteristica brillanza, superiore persino a quella del Diamante, trasmettevano a chi le portava con sé, forza e tenacia.
Zither Sepp portava sempre appresso un amuleto molto singolare che, a suo dire, lo aiutava a conservare salute e benessere, in particolare se abbinato alle erbe medicinali. Era pronto a giurare che un piccolo Cristallo appeso a una collanina aiutava a non avere le vertigini in montagna.
Ma mi mostrò anche le Ametiste che erano state trovate nella zona. Zither Sepp aveva letto in qualche libro che già gli antichi Greci sapevano che questa pietra, dello stesso colore del vino, proteggeva dall’ubriachezza. Chiunque teneva vicino a sé questa pietra, sarebbe stato al riparo di sbornie disastrose.

Nel settembre 1984, mi recai nella Valle Aurina, insieme al mio amico Nolli Huber. Passammo per la Schwarzenbachtal diretti al Quinto Corno. Data la sua età, Nolli avrebbe potuto essere mio padre; ecco perché da lui ho imparato molte cose. In questi anni, avevo trascorso parecchio tempo tra i monti e mi ero fatto convincere che le pietre hanno veramente un’anima. Avendo imparato a comprendere le anime degli animali, mi resi conto che tra i loro moti e quelli degli uomini non vi erano particolari differenze. Sia gli uni che gli altri amavano e litigavano, difendevano il loro territorio e si occupavano amorevolmente dei loro piccoli. Allo stesso modo studiavo il ciclo vitale delle piante. Era stato ben più difficile raccapezzarsi nel mondo delle pietre prive di vita. Eppure, come accade in ogni ambito della vita, è possibile aguzzare il proprio intelletto e istinto, fino a riuscire a penetrare più nelle sfere profonde che altra gente.
D’un tratto Nolli Huber mi indicò un punto in cima al ghiacciaio.
“Mio padre è scivolato lassù, nel punto più ripido del ghiacciaio. Se non si fosse aggrappato a un blocco di roccia all’ultimo momento, sarebbe morto”.
Proseguimmo il nostro cammino finché, a fatica, riuscimmo a salire aggrappandoci ad alcuni ciuffi d’erba. Che quelle parole e quel luogo fossero un cattivo presagio?
Mi misi a scavare in un punto isolato. Qui le rocce precipitavano per alcuni metri, dopo seguiva un breve tratto di detriti, che si estendeva lungo uno spaventoso precipizio di centinaia di metri. I Cristalli apparvero prima di quanto mi aspettassi. Erano grandi e belli.
Nel tentativo di estrarli, questi Cristalli mi graffiarono le mani creando una singolare massa sporca di sangue. Per non rovinare queste vere e proprie opere d’arte della natura, decisi di non usare alcun arnese. Avrebbero serbato il loro valore infatti, soltanto se restavano integri.
Poi, all’improvviso, fui assalito da un’insolita e del tutto ignota sensazione di vuoto. Era come se un fulmine si fosse abbattuto dal cielo sereno. Avevo una strana sensazione, mai provata prima. Sembrava fosse un grido proveniente da lontano che mi esortava a ubbidire. Qualche forza ignota mi ordinò di sedermi. Dovevo farlo per riflettere su quanto dicevano gli spiriti delle rocce, prima che, stizziti, mi respingessero. Nolli Huber mi si avvicinò.
“Ehi, per oggi basta!” furono le parole che uscirono stranamente dalla mia bocca. Non era più il mio vero Io a parlare; era qualcosa di superiore.
“Come?” gridò stupito, “Non appena spuntano i Cristalli più belli, tu vuoi lasciar perdere?”
Come se non appartenessi a questo mondo, risposi:
“Proprio così”. Ridiscesi, mi sedetti e rivolsi improvvisamente lo sguardo verso una natura dalle forme singolarmente rare. Avevo l’impressione che vita e tempo si fossero fusi in un’Entità superiore.
“Posso ultimare l’opera?” mi chiese. Mi spaventai. In determinati momenti della propria esistenza si acquisisce la totale consapevolezza che, al di là di questa vita, dev’esserci qualcos’altro. Desideriamo spesso addentrarci in questo regno, ma i nostri tentativi falliscono. Nel frattempo avevo imparato che bisogna avvicinarsi alla natura in modo diverso da quello che la maggior parte delle persone voleva insegnarmi. Ciò malgrado rimanevo un apprendista, distante ancora mille miglia dall’assoluta conoscenza della natura. Avevo appreso molte cose da chi era solito trascorrere la vita vagando tra i monti; tuttavia avevo la sensazione di trovarmi in un luogo, mentre la natura era in un altro.
“Sì” risposi, come colpito da una debolezza paralizzante. “Prendi tutto quello che puoi prendere”.
A volte si vivono dei momenti nella vita che ti segnano per sempre. Momenti che si rievocano centinaia di volte, sperando di poterli cambiare.
Nolli Huber si arrampicò cautamente sulle rocce, immergendo le mani nella fessura di cristalli, mentre io mi allontanavo. Se sia durato un istante o più, questo non lo so. Guardai di nuovo il punto in cui Nolli Huber stava scavando. Ma non vidi più nessuno. All’improvviso non avvertii più né il vento né qualsiasi altro moto. Era calata una strana quiete traditrice, come se la natura si fosse fermata per un istante. Era come se tutto si riunisse per un attimo in qualcosa di sconosciuto.
Nolli non c’era più; la sua piccozza era rimasta lì, come se fosse stata perduta. Dove si era fermato? Guardai verso alto, riguardai, mi guardai intorno. Era scomparso. Guardai in basso, nel vuoto terrificante. I blocchi rocciosi neri mi fissavano come scheletri. Giù in basso scorsi qualcosa, un punto minuscolo. Che cos’era? Quell’interrogativo non mi abbandonò più: scrutai, riflettei, cercai di risolvere l’enigma. Decisi allora di scendere proprio in quel vuoto, lasciando il mio zaino blu lassù in alto come punto di riferimento.
Tutto si svolse in modo terribilmente lento. Mi avvicinai, non poteva essere vero. Urlai rivolto verso l’alto: “Nolli! Nolli....!” Forse era salito più in alto su uno spigolo roccioso e non mi aveva sentito. Ma da lassù nessuna risposta. Proprio in quel punto vidi una persona con la testa china verso il basso, incastrata tra alcuni blocchi di pietra, dalla quale provenivano lamenti simili agli ultimi spasmi dello spirito di un uomo che non appartiene più a questo mondo. Il suo viso era orribilmente scomposto, dal cervello aperto fuoriusciva una massa bianca, il sangue colava dalle orecchie, dalla bocca, dal naso. Presi il viso tra le mani. Era ancora caldo, ma nessuno mi parlò più. Erano solo gli ultimi pensieri inespressi di un uomo giunto al termine della propria vita, al quale non era neppure rimasto il tempo per disporre il proprio lascito.
Rivolsi di nuovo lo sguardo verso l’alto, proprio là dove il mio zaino altro non sembrava che un minuscolo punto sulla montagna. Eravamo stati troppo avidi? Non avevamo tenuto conto del fatto che bisogna avere un approccio diverso nei confronti di questa natura selvaggia? Il Cristallo della morte aveva espresso la sua inesauribile forza? Volevamo strappare le viscere a questa natura, estrarre dal suo ventre i Cristalli e dalle sue vene la verde sabbia di Clorite. E la natura altro non faceva che ricompensarci con la stessa moneta.
Era dunque malvagia? Alcune filosofie non portano a nulla se non ci si pone in prima persona a un livello superiore; ciò richiede tuttavia tantissima forza di volontà così come il superamento di vecchi dogmi tradizionali.
Tenni l’anima morente di Nolli Huber tra le mani finché il sangue non iniziò a gocciolare lentamente dalle mie dita sulle pietre. Era questa massa ripugnante di cervello, incollata ai capelli, ad essere la fonte e il regno della nostra vita? È da essa che scaturiscono tutti i piani e le strategie che ci hanno condotto perfino sulla luna e che ci avevano fatto credere di poter dominare ogni cosa? Nolli Huber rantolava mentre io premevo fortemente le mie guance sulla sua bocca. Forse voleva dirmi un’ultima cosa, darmi un messaggio dall’oltretomba o lasciarmi parole di congedo per la sua amata. Il mio volto si era incollato al suo sangue. Dalla sua bocca però non uscì più alcun suono.
Gli feci il segno della croce sulla fronte, come uno che aveva iniziato ad avere fede proprio in quel momento. Non come uno che recita una preghiera senza senso. No. Ma come uno che aveva imparato che il corso della nostra vita non dipendeva da noi.
Mi rialzai col peso del destino sulle spalle e guardai in basso, verso la valle. Il mio zaino era ancora lassù in cima, sulla parete, come avvertimento. Continuai a guardarmi indietro per vedere se lo spirito di Nolli mi stava seguendo. Non ero anch’io colpevole? All’improvviso mi sentii come trafitto da violenti lampi.
In quel frangente mi resi conto che solo in questi istanti l’uomo si unisce alla natura e inizia a parlarle come se questa fosse la cosa più normale del mondo. Osservai i fiori che spuntavano tra le rocce: Sassifragacee e Stelle alpine. Sembrava che mi facessero un cenno. Notai sui blocchi rocciosi che i Licheni si erano depositati su piccoli manti di Cristalli. Mentre discesi, scorsi mille cose completamente nuove.
Spettava a me dare la brutta notizia alla signora Nolli e ai figli. È accaduto a lui ciò che avrebbe potuto capitare a me. Giunti i soccorritori, mostrai loro il punto sulla vetta dove si trovava il precipizio. Si misero in cammino e io dietro, con passo lento e animo riflessivo, come se dovessi trascinarmi il peso della responsabilità.
Come valanghe, i miei pensieri precipitarono di nuovo su Nolli Huber. Forse era ancora vivo e, per un incredibile miracolo, poteva essere salvato se i soccorsi giungevano in tempo. Finalmente uno dei soccorritori si diresse verso il punto esatto. Da lontano vidi come lo distesero sulla barella. Portarono giù il mio amico con grande fatica, metro dopo metro, fermandosi di continuo. Nel punto in cui il terreno lo permise, gli uomini posarono la barella su un sostegno munito di due rudimentali ruote. Operazione, questa, complicata e faticosa. Lentamente mi alzai e iniziai a scendere verso valle. Ad ogni passo, in questo giorno morente, rabbrividivo dal freddo. Giù in basso, in una vecchia casa colonica, vidi un soccorritore con un apparecchio radio. Lo guardai insistentemente in viso.
“Morto”.
Il mio zaino era ancora in cima alla montagna. Ci rimase per mesi. Durante una visita, degli amici mi raccontarono di aver notato quell’oggetto blu. Di cattivo umore, chiesi loro la ragione per cui non l’avessero preso. Pensavano spettasse a me farlo. Ero io a dover portare quella croce. Giunse il primo inverno, passò il secondo. Nessuna valanga riuscì a portare a valle lo zaino. Come incollato alla montagna, sfidava a quelle altitudini le avversità della natura. Vennero a trovarmi di nuovo degli amici che, con fiumi di parole, mi raccontarono che lassù, tra le pareti rocciose del Quinto Corno, c’era sempre il mio zaino. Cominciai a imprecare e a strillare. Perché mai, per l’amor del cielo, mi tormentavano in quel modo? Bastava che lo portassero giù per liberarmi da questo incubo.
“Non voglio più andare su quei monti, non voglio più vedere quella natura selvaggia e indisponente”. Inorridivo al solo pensiero di quelle ripide rocce sulle quali bastava un passo falso per passare a miglior vita.
Un giorno, finalmente, decisi di salire in cima. Diressi lo sguardo in alto, per vedere quando sarei riuscito ad avvistare per la prima volta quel maledetto zaino blu, e con gli occhi fissi verso la cima, salivo sempre più. Mi affaticai parecchio. Il sudore gocciolava dalla mia fronte, non avvertivo né fame né sete.
Lassù scorsi qualcosa di strano, un immenso cumulo di Stelle alpine. Si dispiegavano tutt’intorno come messaggeri della morte. Quanti speranzosi ragazzi nel tentativo di rendere felice la loro amata con un mazzo di quei fiori, non avevano mai più fatto ritorno? Sarei dovuto tornare indietro? No, dovevo proseguire. L’incertezza, il dubbio, altrimenti mi avrebbero perseguitato per tutta la vita. Con tutti i muscoli contratti, mi aggrappai ai ciuffi d’erba come un forsennato, con lo sguardo fisso nel vuoto. Mi sentivo svenire, barcollavo, mi sembrava di dover cadere da un momento all’altro. Eppure proseguii quasi strisciando. Dinanzi a me vidi lo zaino blu ormai scolorito. Era sempre là, nel punto in cui lo avevo abbandonato. Né la neve, né il vento l’avevano spostato. Nulla era cambiato. Nessun uomo, nessun animale aveva osato calpestare quel luogo. E lì vicino scorsi un cristallo. La natura lo aveva lavato e fatto splendere come un oggetto di pregio. Quando lo guardai, vidi distintamente al suo interno un Cristallo di Epidoto nero, cresciuto dentro la pietra come un pugnale. Era il Cristallo della morte.



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